Europa

Turchia e gruppi islamisti in Siria: un’alleanza pericolosa?

Il rovesciamento lampo del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 ha scosso il Medio Oriente e acceso i riflettori sul ruolo della Turchia nel conflitto siriano. L’operazione, guidata dal gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e dal suo leader Abu Mohammed al-Jolani, ex membro di al-Qaeda, ha visto una stretta collaborazione con l’Esercito Nazionale Siriano, una coalizione di gruppi armati islamisti tra cui Ahrar al-Sham e Faylaq al-Sham.

Ma la questione più inquietante riguarda il coinvolgimento della Turchia – partner europeo e Paese NATO -, accusata di aver fornito armi, addestramento militare e supporto logistico a queste formazioni, con l’obiettivo strategico di destabilizzare il nord della Siria. Un’accusa pesante, che mette in discussione l’affidabilità di Ankara come partner nella lotta al terrorismo e come candidato all’ingresso nell’Unione Europea.

Nonostante si dichiari impegnata nel contrasto al terrorismo, la Turchia sembra giocare su più fronti, alimentando gruppi radicali che non solo minacciano la stabilità regionale, ma anche la sicurezza dell’Europa. A questo punto, la domanda è inevitabile: Bruxelles è disposta a condannare apertamente il comportamento turco e a riconsiderare il processo di adesione all’UE, fino a sospendere completamente i finanziamenti previsti dallo Strumento di assistenza per i Paesi in fase di preadesione?

Eppure l’UE, riconoscendo il crollo del regime di Assad come un momento storico per la Siria, ha sottolineato la necessità di un processo politico inclusivo guidato dagli stessi siriani. In questo quadro, la Turchia rimane un attore chiave per la stabilità della regione e la lotta contro Daesh, ma Bruxelles ha chiarito che ogni azione deve rispettare lo stato di diritto, i diritti umani e la sovranità degli Stati confinanti.