Giovani ed esigenze di cooperazione. Una storia di promesse infrante.
L’Anno europeo dei giovani 2022 sembrava un’opportunità unica, una vetrina di speranze e cambiamenti per le politiche giovanili non solo a livello dell’UE, ma anche nei singoli Stati membri. Eppure, a distanza di tempo, sembra che molte di quelle buone intenzioni siano rimaste intrappolate in dichiarazioni vuote. La spinta alla dimensione giovanile è stata promossa nei temi delle conclusioni del Consiglio, ma la realtà è che la partecipazione effettiva dei giovani nelle politiche europee rimane ancora un’illusione. Le parole sulla salute mentale, sull’inclusione sociale e sulla sostenibilità sono state più un compito da svolgere che un cambiamento reale.
Gli Stati membri, da parte loro, hanno espresso “interesse” per una maggiore cooperazione con l’UE, ma il risultato è un elenco interminabile di buoni propositi che, alla fine dei conti, non hanno generato azioni concrete. La salute mentale, la partecipazione dei giovani e il costo della vita sono emerse come le principali sfide per i giovani nel 2024, ma dove sono le soluzioni? Le politiche nazionali, purtroppo, continuano a concentrarsi su temi che suonano come echi del passato, come la partecipazione giovanile e l’inclusione sociale, senza un vero impegno nell’affrontare le problematiche concrete che i giovani vivono quotidianamente.
Si parlava di cooperazione con l’UE su temi come la digitalizzazione e la mobilità, ma la realtà è che ci troviamo ancora a fare i conti con il divario digitale, con una generazione che cerca di sopravvivere in un mondo che sembra non voler ascoltarla. Le parole su “comunicazione e dati” sono spesso svuotate di significato, quando non si traducono in azioni tangibili e supporto reale per i giovani.
E che dire della tanto decantata strategia dell’UE per la gioventù? L’Anno europeo dei giovani 2022 è stato sicuramente un momento di visibilità, ma cosa rimane davvero? Si è parlato di responsabilizzare i giovani, di dar loro la possibilità di far sentire la propria voce, ma sono pochi i veri spazi di partecipazione che si sono concretizzati. I dialoghi annuali con i commissari europei sono diventati un rituale piuttosto che un’opportunità reale di confronto. La creazione del comitato consultivo per la gioventù è un passo in avanti? Forse, ma solo se si tradurrà in azioni concrete, non in ennesime parole al vento.
La salute mentale, l’istruzione, le politiche occupazionali e l’accessibilità degli alloggi sono le vere sfide, ma sono anche le aree che vengono sistematicamente ignorate o affrontate solo superficialmente. A furia di ripetere che “si farà qualcosa”, si finisce per non fare nulla. L’UE ha promesso una “Unione delle competenze”, ma quanti giovani vedono realmente la possibilità di sviluppare quelle competenze, senza dover affrontare il muro della disoccupazione giovanile?
La cooperazione a livello nazionale, insomma, continua a essere una chimera. Le promesse di una strategia rinnovata dopo il 2027 sono ancora nell’aria, senza un piano definito. Il gruppo dei portatori di interessi e i dialoghi con i giovani potrebbero sembrare dei passi in avanti, ma se non si cambiano davvero le politiche, se non si creano opportunità reali per i giovani, questi dialoghi rischiano di diventare nulla più che una passerella di parole. E i giovani, stanchi di essere sempre i “futuri protagonisti”, finiranno per non credere più a queste finte promesse di cambiamento.
Le priorità comuni sono sempre le stesse: la salute, l’occupazione, l’istruzione, eppure, troppo spesso, l’Europa fa fatica a rispondere davvero alle necessità concrete della sua gioventù. Ma le richieste sono chiare, eppure continuano a essere ignorate.
Quando l’UE smetterà di fare solo dichiarazioni e inizierà a lavorare sostanzialmente con i giovani?